I parassiti della mente, di Colin Wilson. E qualche svarione personale in tema…

“Pensai che la percentuale dei suicidi stava aumentando perché migliaia di esseri umani si stavano “svegliando” come me all’assurdità della vita umana, e si rifiutavano di andare avanti.”
Gilbert Austin, in I parassiti della mente 

Ed eccoci ritornare finalmente nell’orbita della collana Urania, assente dalla voliera da un sacco di tempo, a causa della pigrizia del padrone di casa!
Oggi tocca a I parassiti della mente, del nostro vecchio amico Colin Wilson: autore de I vampiri dello spazio, di cui abbiamo già parlato agli esordi del blog – quando ero ancora più sconclusionato di oggi – e poi, di Specie immortale/The Philosopher’s Stone e di Il Ritorno dei Lloigor, ovvero le sue uniche storie che ho in biblioteca.
Casualmente, sono tutti lavori con marcate influenze lovecraftiane, ma con l’eccezione dei Lloigor, anche transumaniste: un certo ottimismo di fondo porta i protagonisti a superare gli orrori a loro contrapposti, conducendo  l’umanità a scoprire la chiave per lo sviluppo del proprio reale potenziale.

I parassiti della mente 101

Scansione

Il terzo volume della Storia dell’era nucleare dell’Università di Cambridge – così facciamo contento anche Lucius, soddisfacendo il suo interesse per gli pseudobiblia – è dedicato all’edizione integrale del dossier I parassiti della mente, una raccolta di appunti e memoriali dell’archeologo Gilbert Austin.
In questo documento, l’uomo rivela quasi tutti i dettagli della pericolosa battaglia che lui e i suoi sodali hanno combattuto per liberare l’umanità dal nemico, un “cancro mentale” capace di provocare la fine della civiltà, ispirando nell’uomo nichilismo e abitudini negative per soffocare la tensione della specie umana verso la grandezza.
Tra ritrovamenti archeologici capaci di riscrivere la storia dell’umanità, intuizioni lovecraftiane, ondate di suicidi e minacce di guerre inaspettate, Austin e i suoi, armati degli indizi lasciati dallo psicologo industriale Karel Weissman e di una disciplina ispirata alla fenomenologia di Husserl, affrontano una minaccia che è al tempo stesso aliena e interna all’uomo, capace di colonizzare l’infinito spazio che unisce tutte le menti senzienti per nutrirsi della misteriosa fonte dell’esistenza umana.

La scheda

Autore: Colin Wilson
Titolo originale:  The Mind Parasites (1967)
Traduzione: Alfredo Pollini
Edizione italiana: Mondadori Libri S.p.A. (2017)
Prezzo: 6,90 €

Pro e contro di quest’edizione italiana

Quest’edizione ha diversi piccoli refusi ed errori, tra lettere di troppo o mancanti e verbi sbagliati.
Con l’aumento di prezzo che hanno sperimentato gli Urania negli ultimi anni, mi sarei aspettato più cura per il testo. E vabbé, passiamo oltre.
Un aspetto positivo è l’introduzione originale dell’autore alla prima edizione del libro, in cui viene riportata la genesi della storia, quasi frutto di una sfida tra Wilson – inizialmente assai critico sulle capacità di Lovecraft – e August Derleth, amico di Lovecraft e destinatario della dedica con cui si apre il romanzo, oltre che comparsa all’interno della storia!
In coda, l’elenco dei lavori di Wilson tradotti in Italia, in varie edizioni, e l’introduzione alla prima edizione italiana del romanzo, di De Turris e Fusco.

La forma della storia

Colin Wilson mi lascia sempre un po’ perplesso: all’interno dello stesso libro, riesce a essere discretamente pesante o estremamente scorrevole, come se la storia fosse scritta da due autori diversi. Bizzarro.
Qui abbiamo un narratore – il protagonista, Gilbert Austin – che racconta la storia dal proprio punto di vista, usando i verbi al passato: il suo è un dossier sulla vicenda che, sfidandolo con un pericolo mortale, ha spinto lui e alcune anime affini a sviluppare delle doti intelletuali, caratteriali e parapsicologiche tali da far sconfinare l’umanità nel territorio del divino, quasi a livelli degni di un manga.
Magari non quanto I Polimorfi dell’amico Van Vogt, ma il suo finalone demiurgico se lo concede… adoro i transumanisti!
A ogni modo, la forma del dossier non è sempre funzionale allo sviluppo della storia: pur avendo un racconto in prima persona, in diversi momenti sembra più un manuale per lo sviluppo dei poteri ESP!

Il protagonista, raccontando per filo e per segno le proprie intuizioni e le sue ipotesi sul passato dell’umanità – presumibilmente esatte, nell’universo del romanzo, ma che potrebbero suscitare ilarità in chiunque abbia avuto a che fare coi gombloddistih più vivaci nel mondo reale – arriva a definire una forma mentis che libererebbe il potenziale psichico dell’umanità: una gnosi sostenuta dall’indagine sulla natura della mente e da uno stato d’animo ottimistico, per sviluppare un’identità illuminata volta sia alla vita nel mondo materiale, sia all’esplorazione del proprio universo mentale e dunque capace di coesistente in due diversi infiniti, grazie alla forza che libera l’uomo dalle costrizioni delle leggi fisiche e persino dallo scorrere del tempo.
Chissà come mai nessuno ha vampirizzato questa storia di Wilson, nel periodo di massima fioritura dei movimenti new age…

A ogni modo, Wilson qui da vita a un mosaico di suggestioni tra le più disparate

  • l’idea che Lovecraft fosse in qualche modo un veggente non disciplinato – Austin e il collega Reich scoprono in Turchia una città ciclopica, paragonabile a quella del racconto L’ombra venuta dal tempo, in cui vi è un fiorire di nomi creati da Lovecraft e dai suoi amici, come Kadath e Abhoth
  • spunti di ragionamento nati dalle teorie di Jung e Husserl
  • citazioni dei lavori di Gurdjieff e delle sue teorie sull’umanità dormiente
  • tanta archeologia poco ortodossa
  • stilettate al fianco del marchese De Sade, così negativo da essere considerato, da Austin, un pericoloso zombie al soldo del nemico

Io non ho un temperamento razionale materialistico, ma ho comunque trovato lo sviluppo della storia un po’ pasticciato e parascientifico, perciò non so come possa prendere questo romanzo un lettore che sia più versato sulle scienze, o persino scientista.
In compenso, dato che la fantascienza transumanista mi piace e adoro vedere i mostri egoisti presi a calci, ho trovato esaltante la prospettiva di un cenacolo di pensatori istruiti e dalle origini più disparate che, prendendo in mano le redini della propria mente e liberandola dal superfluo, aprono nuove strade all’evoluzione umana alla faccia del popolo di Facebook!

Un elemento strano, è che nella storia viene citata solo una donna “degna” di prendere parte alla lotta e in più ricopre un ruolo a dir poco marginale – non pronuncia nemmeno una battuta, evidentemente non ha mai parlato direttamente col protagonista… mah, io qualche geniale donzella in più ce l’avrei messa, non per far contente le femminazi, ma perché trovo più sensato che anche le donne possano accedere alla gnosi descritta.
Misteri della fantascienza passata.

E ora, i promessi svarioni!

Mi piace Jung e questo lo sanno pure i sassi, ma solo i lettori di vecchia data della voliera sanno che adoro un certo scrittore, cioè Gustav Meyrink!
Magari qualcuno mi mette la droga nella cioccolata, perché ogni tanto capita che un romanzo mi ricordi i lavori di Meyrink, persino quando l’autore/autrice responsabile del flash non c’entri nulla con lo scrittore praghese; mi succede soprattutto se si parla di certe storie di stampo transumanista o sulle influenze nascoste che distraggono l’uomo dal raggiungimento dell’apoteosi – a ogni modo, ne I parassiti della mente credo di aver trovato dei punti di contatto con i racconti esoterici e i romanzi iniziatici di Meyrink.
Innanzi tutto, abbiamo il miglioramento dell’aspettativa di vita del “risvegliato”

  • in Meyrink si parla solitamente di una vita eterna, dello spirito (Il Domenicano bianco, L’Angelo della finestra d’occidente) e talvolta anche del corpo (Il Golem, J.H. Obereit visita la regione delle succhiatempo)
  • in I parassiti della mente si prospetta un’aspettativa di vita secolare per i migliori praticanti della fenomenologia

Poi abbiamo le “compassionevoli istituzioni cosmiche”

  • in Il Domenicano bianco e in altri lavori di Meyrink, si accenna a una “catena segreta di veri viventi”, il cui obiettivo finale è quello di aiutare a raggiungere l’immortalità chi sia pronto a lasciare il novero dei “dormienti”
  • qui nei parassiti abbiamo un accenno all’esistenza di alieni risvegliati che, secondo Austin, sarebbero una sorta di forza di polizia intergalattica, con poteri simili a quelli dei protagonisti. Qualcosa del genere c’era anche in I vampiri dello spazio

E finalmente, il furto della vita

  • in J.H. Obereit visita la regione delle succhiatempo di Meyrink, scopriamo che ogni essere umano è funestato da un proprio doppione che gli succhia la vita, che materializza i desideri della propria vittima per vivere un’eterna vita gaudente alle sue spalle: per esempio, quando qualcuno desidera ardentemente una persona, una casa o un cibo per goderne nella sua testa, quel desiderio diventa realtà per il doppione, che in questo modo succhia via la vita della vittima
  • qui nei parassiti abbiamo… i parassiti, capaci di nutrirsi della vita che l’umanità attinge da “altrove” solo perché gli uomini sono così distratti dalle piccolezze della vita, da non essere consapevoli del loro potenziale

Insomma, non credo che Wilson si sia ispirato a Meyrink – non lo ha mai nemmeno citato, a differenza di Lovecraft – e sospetto che, diversamente da Meyrink, Wilson non credesse in senso letterale a questo possibile sviluppo umano (ma essendo ottimista e transumanista, immagino che credesse in ampi margini di miglioramento dell’umanità, su tutti i livelli) eppure intravvedo spunti simili in entrambi gli autori, se parliamo de I parassiti della mente e di Specie immortale, oltre che de I vampiri dello spazio.

Concludendo

I parassiti della mente  è uno dei romanzi lovecraftiani di Colin Wilson, che a differenza del solitario di Providence era animato da un maggior ottimismo, al punto di trasformare gli orrori cosmici alla Lovecraft in sfide pericolose, ma utili a far risaltare l’eroismo dei protagonisti, iniziatori di una nuova era evolutiva dell’umanità.
La resa letteraria è altalenante, forse a causa della forma del “dossier” scelta da Wilson, che a volte rende la storia un po’ distaccata e quasi un elenco di fatti, nonostante la vicenda sia raccontata dal punto di vista del protagonista – che non lesina in opinioni personali e tesi spericolate!
I riferimenti ad autori nel campo della psicologia, della filosofia e della letteratura sono numerosi, così come le note esplicative che provengono dalla prima edizione italiana (Fanucci).
A ogni modo, chi apprezza le storie transumaniste – presente! – potrebbe trovare esaltante l’orizzonte della storia, che descrive un’evoluzione quasi divina dell’umanità che è tutto sommato credibile e coerente con le premesse del romanzo, ovvero: accertato che tre quarti dei nostri casini li creiamo noi, quando la smettiamo e ci mettiamo al servizio dell’umanità e non solo dei nostri desideri, diventiamo capaci di compiere prodigi!

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La pagina in cui acquistare l’ebook

17 pensieri su “I parassiti della mente, di Colin Wilson. E qualche svarione personale in tema…

  1. Intanto grazie per la citazione e la dritta sulla pseudo-enciclopedia: dovrò studiare il libro per farci un post pseudobiblico ;-)
    ,È stati scioccante il mio primo ed unico incontro con Wilson, ai tempi dei Vampiri dello Spazio: uno splendido inizio rovinato da teorie e fanta-archeologia che reputai indigeribile. Sono un gretto materialista ma amo la fantascienza, quindi non ho problemi se l’assunto è che ci sono vampiri che viaggiano nello spazio. Nel momento però che cerchi di vendermi per vere queste cose, comincio a sbuffare seccato. La “realtà” rovina sempre una buona storia… (Peraltro non originale: ti segnalo questo mio speciale sulle Space Blondes: Bonazze Bionde dallo Spazio.)
    Una gracchiata ad honorem per aver citato l’opera di Meyrink, grande autore che l’immeritata fama del Golem – di cui tutti ricordano i film ma non il romanzo – ha sepolto. Quando ho letto i suoi racconti mi sono stupito di quanta freschezza e inquietudine Meyrink sapesse infondere, e di come fosse immeritata la sua fama.
    Posseggo con gioia la raccolta di Meyrink che Borges curò per l’italiano Franco Maria Ricci, e ricordo ancora l’idea di un mondo iperuraneo platonico fatto di entità felici, che possono esserlo perché tocca a noi, qui, soffrire…
    Basta, per colpa tua devo spolverare Meyrink…
    Adoro le storie di parassiti della mente e per puro cu…ore ho trovato su bancarella un romanzo di fantascienza sovietica anni ’50 sullo stesso argomento. Ti rendi conto che con un solo post mi hai dato da lavorare per settimane??? :-P

    1. Sono contento di averti stuzzicato ;)
      Se la parte “è tutto vero” de I vampiri dello spazio ti ha irritato, sappi che qui è ancora più marcata – e in Specie immortale ancora di più. Ho preferito avvisarti ;)

      Più tardi darò un’occhiata alle bionde spaziali :)

      Meyrink, non ci son storie, mi piace con tutti gli annessi e connessi. L’ho conosciuto da ragazzino ed è stato un misto di esaltazione e delusione – la Newton, per mano di, boh, Pilo e Fusco, credo – me l’ha presentato come un autore horror, e il primo racconto della breve antologia poteva sembrarlo (La maschera di gesso) ma poi non ha continuato su quella strada… l’ho approfondito gli anni successivi, tra i romanzi e i racconti che mi capitavano sottomano e niente, ci ho fatto amicizia e mi piace un sacco.
      Peccato che sia morto prima di finire La casa dell’alchimista, dalla scaletta che lasciò all’editore prometteva bene…

  2. Cumbrugliume

    Di Wilson ho letto solo (qualche anno fa) Specie Immortale, che ahimé ho finito con fatica… Ho in casa anche I Vampiri dello Spazio, ma il commento di Lucius non mi fa venire voglia di affrontarlo :)

    1. Specie immortale, non posso negarlo, è un po’ un laterizio…
      I vampiri dello spazio ha una storia non male – molte buone idee – ma lo stile è altalenante, almeno nella traduzione Urania degli anni ’70.
      Qualche tempo fa è stato ripubblicato, sempre su Urania, ma non so se abbia la stessa traduzione, né so se la traduzione abbia peggiorato il testo, non avendolo letto in inglese.
      Se mai dovessi avere tempo e voglia, ne ho parlato nel dicembre 2015

      https://cupavoliera.wordpress.com/2015/12/03/vampiri-spazio-colin-wilson/

  3. Ho letto velocemente l’articolo, saltando qualche punto, lo ammetto, quindi scusa se faccio uno svarione!
    Mica male l’idea di dare così profondità, addirittura gli studi e ritrovamenti di un archeologo, a ciò che sta lobotomizzando gran parte delle menti di oggi.
    Che poi oggi c’è internet ma 80 anni fa c’erano le propagande, prima ancora i giochi negli anfiteatri, ecc, ecc. diciamo che non è una cosa recente.

    1. Nessuno svarione, è proprio così: il libro (di fine anni ’60) sfrutta delle situazioni esistenti allora come oggi per costruire una storia di alieni parassiti ed evoluzione umana.
      Alla fine, una fettina della soluzione, per l’autore, consisteva nel vivere con gioia e curiosità ogni giorno, consapevoli che siamo a metà tra due universi, cioè l’infinito che sta fuori e quello che sta dentro. In questo senso non ha inventato niente, ma lo sviluppo dell’idea – anche con i suoi diversi difetti di costruzione – ha i suoi momenti fighi e supereroici.

    2. Inoltre va ricordato che gli anni Sessanta-Settanta sono stati il Paradiso della Fanta-archeologia, con infiniti ed inequivocabili ritrovamenti di pezzi di navicelle spaziali in siti antichissimi: l’importante era che tutti i ritrovamenti appartenevano ad una tecnologia comprensibile ai lettori dell’epoca. Per dire, non è che trovavano un iPhone negli anni Sessanta, che i lettori poi rimanevano perplessi, no: ritrovavano solo astronavi spaziali che avevano la stessa tecnologia della 500 Fiat :-D

    3. Oppure oggetti con prefissi e suffissi balordi, tecnologie magnetiche non identificate etc.
      In questo caso, niente archeo-tecnologie, al massimo il dubbio su come certe costruzione ciclopiche fossero state erette o perché diavolo fossero un botto di km sottoterra.

    4. Sì, erano tematiche molto amate e molto strombazzate, e l’unica voce fuori dal coro era Arthur C. Clarke e la sua trasmissione TV “Misteri dal mondo” (di cui conservo alcune puntate in VHS). Clarke era l’unico anglofono che suggeriva spiegazioni razionali a fenomeni “misteriosi”: da noi lo faceva Piero Angela ma non so quanto fosse ascoltato.
      Se ricordi la Longanesi aveva un’intera collana libraria dedicata ai misteri archeologici o simili, e anche la Fanucci (o Sonzogno, ora mi sfugge) presentava civiltà misteriose scomparse e scoperte roboanti tipo la Terra cava. La moda libraria è scomparsa ma le idee sono ancora tutte lì, più vive che mai.

    5. Sono cresciuto con le trasmissioni e i libri di Angela quindi magari non sono oggettivo nel dire che mi piace, ma ti assicuro che Clarke era la fine del mondo. Dalle spiagge della cittadina indiana dove si era ritirato lanciava un servizio che avrebbe fatto svenire di piacere Giacobbo: misteri orgasmici uno più potente dell’altro! Chi voleva credere aveva così tanto materiale da andare in overdose, poi però riprendeva la parola Clarke e dava la sua versione: in pochi semplici passaggi vedevi affrontare in maniera razionale un “mistero” ed è lì che io godevo! Andavo alle elementari – parliamo di trasmissioni su piccole reti locali nei primissimi ’80 – e mi instillò il seme del gretto materialismo: poteva esserci logica nell’illogico, e questo io lo considero mille volte più affascinante di qualsiasi mistero…
      Da Stonehenge al Sasquatch, dai vermi marini alle pitture rupestri: ogni puntata c’era quello che aveva visto un uomo primitivo o aveva toccato un mostro, e già lì capivi che la gente sta fuori di capoccia e ogni testimonianza vale zero. C’era la storia della pietra sessuale a forma di pene che aveva messo incinta una tipa che ci si era seduta nuda, e lì il vero mistero era: perché questa si metteva nuda sulle pietre? :-D
      Nel ’94 o ’95 in una libreria Rinascita di Roma trovai l’edizione in VHS di questa serie di Clarke, ad un prezzo non proprio amico: se non ricordo male costavano 21.000 lire a cassetta, in pratica come se oggi un DVD costasse 21 euro. Spinto dalla violenza dei ricordi ne ho comprate due o tre, nel corso di alcuni mesi: mi sa che ora le rispolvero e le presento in uno dei miei blog ^_^
      Ah, la sigla della trasmissione è rimasta mitica e probabilmente la trovi su YouTube: c’è un teschio di cristallo che ruota… e io a 6 anni la trovavo l’immagine più spettacolare che potesse esistere :-P

    6. Non sono un materialista, ma nemmeno il contrario – sono credulone e scettico allo stesso tempo, così, spesso, mi limito a non prendere una decisione definitiva su certi argomenti :P
      A ogni modo, i misteri clarkiani sembrano spiritosi, da come la metti – la nudista delle rocce è strana forte XD

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