I figli di Saturno, di Charles Stross

Ho finito di leggere questo libro già da un po’, ma ho lasciato passare in cavalleria la consueta gracchiata in zona Urania perché… barrate la risposta che preferite

  • caldo
  • pigrizia
  • altri impegni

Spoiler: sono tutte corrette!
Ora che ho fatto il brillante, possiamo andare avanti, verso Saturno e non oltre – a questo libro ne segue un altro, accompagnato da un racconto, entrambi inediti in Italia. Credo.

I figli di Saturno 101

Alla fine, ce l’ha fatta: l’umanità si è estinta, lasciandosi dietro un principio di civiltà spaziale ereditata dai suoi servi robot/androidi (sulla questione semantica, arriveremo dopo).
Uno di questi servi è un robot femminile di nome Freya Nakamichi-47, una delle ultime della sua serie di cortigiane-geisha-robot di piacere, esternamente simile a un essere umano, ma dotata di alcune funzioni non tipiche della nostra specie.
A causa di un incidente con una aristo (parte della classe dirigente del nuovo ordine) Freya deve spingere le proprie capacità al limite per poter scappare e sopravvivere, accettando di diventare un corriere per conto della Jeeves Corporation e cacciandosi in un ginepraio senza fine, ma arrivando anche a scoprire delle verità insospettabili sulla propria serie di robot, sui suoi datori di lavoro e sui nemici che, volente o nolente, finisce per farsi nel corso delle sue avventure.

La scheda

Titolo originale: Saturn’s Children (2008)
Autore: Charles Stross
Traduzione: Davide De Boni
Edizione italiana: Mondadori Libri S.p.A. (Urania, 2020)
Prezzo: 6,90 €

Questione di parole

Perché gli esseri artificiali di questo libro sono chiamati robot?
Di solito, la parola robot (proveniente dal ceco robota, che indica lavoro pesante o da schiavi) viene usata per nominare esseri artificiali con modeste, o assenti, doti di autocoscienza. Eppure, i robot di questo libro sembrano ricadere maggiormente nella descrizione degli androidi.
Immagino che la scelta del termine sia dovuta al fatto che questi robot di Stross sono stati creati come servi dell’umanità, quasi tutti sono stati programmati apposta per obbedire incondizionatamente agli esseri umani (estinti) o, in misura minore, a qualsiasi cosa somigli loro.
Inoltre, su tutti i robot può essere installato un chip di asservimento, che permette di vincolare le loro capacità di scelta e azione.

Stile

La storia è raccontata dalla protagonista, Freya, che in diversi momenti non manca di rivolgersi direttamente al lettore, sfondando la quarta parete. Il tempo del racconto è al presente.
Il punto di vista rimane saldo sulla protagonista – o sulle “persone” che integra in sé quando installa i loro chip dell’anima, di cui parlerò a breve.

Genere

Fantascienza, ma approfondiamo un po’: direi che siamo davanti a una space opera condita con una spruzzata di cyberpunk.
L’azione si sposta su diversi mondi del sistema solare, compresi quelli da noi inabitabili per questioni di temperatura, pressione o composizione dell’atmosfera, grazie a strutture particolari e alle peculiarità fisiche dei robot.
Il viaggio tra i pianeti è lento, scomodo, pericoloso e costoso, fatto che rallenta lo sviluppo di ogni intrigo nel tempo interno alla storia (come tempo di lettura, siamo avvantaggiati dallo stile di scrittura vivace dell’autore).
La struttura sociale dell’ambientazione presenta delle peculiarità, dato che i diversi robot sono, da un punto di vista legale, proprietà di aziende costituite appositamente per gestirli: in pratica, non sono persone fisiche, ma beni gestiti da aziende (e proprietà intellettuali sotto copyright, per quanto riguarda la programmazione) dato che la società dei robot è una continuazione di quella umana e solo gli esseri umani avevano statuto di persona.
Ne conseguono interessanti complicazioni, come la possibilità di essere “sequestrati” in quanto beni di aziende insolventi o ritrovarsi a passare da un’azienda a un’altra – perdendo la libertà – a causa di scalate azionarie, fusioni etc.

Io, robot

Incapaci di creare delle vere intelligenze artificiali, gli umani (o come vengono chiamati dai loro successori, i Creatori. Freya tende a definirli “la specie del mio Vero Amore”) si sono limitati a scansionare la struttura della mente umana, registrando un chip definito “dell’anima” e impiantandolo in un corpo.
In seguito all’impianto, il robot viene addestrato allo sviluppo delle capacità e dei limiti necessari alla sua funzione – nel caso di Freya, quest’istruzione va dalla culla al bordello, passando per lo sviluppo dell’empatia e della pratica di strumenti musicali, più altre capacità di intrattenimento.
Tutti i robot hanno un “progenitore” della serie, il cui chip dell’anima viene copiato per ogni esemplare da creare, così da avere una base pronta per essere personalizzata con un addestramento più specialistico: i robot ereditano così le tendenze del progenitore, una base di riflessi di comportamento comune su cui verranno registrate altre abilità, grazie all’esperienza del singolo.
In tutto ciò, il chip dell’anima è una parte importante, dato che registra la storia e le conoscenze del robot: in caso di morte, altri robot della stessa serie possono installare il chip del morto per ottenere, col tempo, le capacità da esso sviluppate.
Parlando di socialità e amore, il libro non manca di toccare la questione sessuale, descrivendo – in modo poco dettagliato – i rapporti dei robot, resi a volte bizzarri per via delle loro forme.

Conte insaccato, parlami di più di questo sesso tra robot…
(Fonte: Facebook)

Al di là delle questioni informatiche, i robot possiedono specifiche fisiche di vario tipo, sulla base delle funzioni per cui sono stati creati, ma possono anche pagare caro per ottenere degli upgrade.

La storia

Senza fare grandi anticipazioni, I figli di Saturno (si intravede un senso mitologico, in questo titolo) racconta dell’avventurosa vita di una donna-robot, costretta a un lavoro come corriere per sfuggire alla vendetta di un membro della classe dominante, una aristo, circondata da nani ninja ben addestrati.
Tra un pericolo e l’altro, saltando di identità in identità, la protagonista arriverà a scoprire qualche cospirazione e anche alcune verità scomode sulla propria serie di robot, cercando sempre di salvare la propria pelle sintetica dai pericoli mortali che la aspettano, siano essi rischi materiali o giuridici.

Il finale, senza anticipazioni

Nonostante l’esistenza di un secondo libro (e di un racconto tra i due) I figli di Saturno annoda tutti i fili della storia, concludendo le avventure di Freya senza lasciare nulla in sospeso ma garantendo la possibilità di sviluppare ulteriori trame che la riguardino – o quanto meno, che prendano piede nello stesso universo.

Concludendo

I figli di Saturno è un breve romanzo fantascientifico, una storia space opera con gli elementi più sociali del cyberpunk, più qualche sortita sui temi dell’identità personale e della libertà di scelta.
È ambientato in un periodo successivo all’estinzione dell’umanità, la cui civiltà viene ereditata dai robot, esseri oscillanti tra il “molto umano” e lo “psicologicamente mostruoso”, creati dagli esseri umani.
In questo universo ostile, la protagonista Freya viene costretta da un litigio a viaggiare per alcuni mondi del sistema solare, finendo in pericoli mortali di ogni genere, alla scoperta di quali forze stiano incasinando la sua vita.
Tra tentativi di omicidio, lavori sporchi, ricordi ereditati e un paio di scene di sesso bizzarro tra robot, Freya deve acquisire ciò che le manca per sperare di uscire viva dal ginepraio in cui si è (ed è stata) cacciata.

Link

La pagina da cui è possibile acquistare l’ebook di questo romanzo

17 pensieri su “I figli di Saturno, di Charles Stross

    1. Non è male. Scorre bene, la protagonista non è moralmente ripugnante e l’intrigo, pur essendo intuibile con un po’ di anticipo, ha il suo senso.
      Lo scrittore ha poi il bonus di essere scorrevole e si legge in fretta, anche se lo preferisco quando si dedica al ciclo della Lavanderia (spionaggio lovecraftiano e magia informatica).

  1. Denis

    La trama mi ricorda i videogiochi Nier e Fragile Dreams e pure questo film animato che negli anni’90 passava spesso su Odeon la domenica, Andromeda.
    Invece ho finito un’Urania che parlava di terraformanazione fallita.

  2. Denis

    Andromeda Galassia perduta e film anime del 1982 sinossi della trama:Nella galassia Andromeda, i regnanti Cosmoralia e Lilia hanno due gemelli, ma la nascita due due bambini assieme però viene vista come un segno di sventura, così si decide di dividerli: il maschio rimane a palazzo, mentre la femmina viene affidata ad una guerriera di nome Iru. I due crescono lontani, ma avendo in comune dei poteri paranormali.
    Ma il loro mondo viene invaso da una misteriosa razza di alieni meccanici, i quali vogliono distruggere completamente la civiltà umana. Nel momento più buio della loro gente, i due gemelli Jimsa (lui) e Il (lei) si ricongiungono, e assieme affrontano la minaccia nemica.
    Fragile Dreams c’è l’ho assieme a Nier è un’esclusiva Wii con grafica in cell shading stile cartone animato è un’action rpg.
    L’Urania si intitola le Astronavi del tempo di Roger MacBride Allen

    1. Andromeda galassia perduta, me lo ricordo! Quando ero bambino lo trasmettevano spesso, mi terrorizzava per i ragni che meccanizzavano le persone.
      Era davvero strano!

      Grazie per le varie informazioni ;)

  3. Molto interessante, hai citato tutti elementi che mi intrigano e il sapere che Stross (di cui non ho mai letto nulla) ha uno stile veloce mi aggrada. Purtroppo è durato poco il mio ritorno al vecchio amore Urania e in questi mesi non ho trovato titoli che superassero la pigrizia di leggerli: questo sale subito in cima alla lista ^_^
    Curioso che il sistema per tramandare memorie e conoscenza sia lo stesso de “La città e le stelle” di Clarke, anche se lì si parlava di umani che ricevevano la memoria di chi li aveva preceduti. Solo che non ricordo se in Clarke le memorie erano “aggiornate” con l’esperienza di tutti quelli che avevano preceduto il nascituro. Quella di Stross mi sembra un’ottima trovata per un incremento costante.
    Infine, il termine “robot” qui è usato alla perfezione, visto che i primi robot della narrativa erano appunto servi in forma umana perfettamente coscienti e senzienti. (Il termine è noto sin dall’Ottocento e nei paesi slavi indicava quello che noi chiamiamo “servo della gleba”. Curiosamente nessuno studioso odierno se ne è accorto, eppure è più e più volte citato dai viaggiatori inglesi in terre slave).
    Quando poi il cinema americano nei primi del Novecento si è appropriato del termine ceco ha cominciato a presentare scassoni tipo Robbie the Robot del “Pianeta proibito”, roba rozza che parlava stupido e che non corrispondeva ai robot perfettamente umanoidi e senzienti della carta stampata, come appunto “I, Robot” (Quello vero, non quello successivo di Asimov). Così nella percezione filmica è nata la fittizia distinzione che “Robot” è uno scassone, un elettrodomestico che a malapena parla, “android” è una persona cosciente e senziente. E ancora oggi le serie TV di fantascienza rispettano questa idea. (Sbagliando poi il femminile, visto che sebbene sia stato pensato da Asimov nel 1978 e inventato da una romanziera americana nel 1984, ancora oggi gli anglofoni rifiutano cocciutamente “gynoid”, e gli autori autopubblicati addirittura utilizzano “fembot”, pessimo neologismo inventato nel 1975 per la serie TV “La donna bionica”: segno che la TV dètta sempre le regole della cultura popolare!)
    Significando semplicemente “a forma maschile”, anche una statua di marmo è un androide, non è richiesta alcuna intelligenza. Invece il robot è un servitore e come tale dev’essere in grado di capire gli ordini, di eseguirli alla perfezione e di interagire efficacemente con il padrone, quindi più umano è meglio è ;-)

    1. P.S.
      Scusa per il pippone, è stato più forte di me: visto che la rivista “Robot” anni fa ha ospitato una ricerca firmata Lucius Etruscus, capisci che l’argomento mi appassiona non poco ^_^

    2. Tranquillo, ciascuno ha diritto alle sue perv… passioni ;)
      Siamo poi in un periodo in cui, per vari motivi, sorgono spesso questioni linguistiche da dirimere, almeno questa non sembra un modo per dirottarla verso ideologie particolari.

    3. Stross è un autore che apprezzo: non ha una prosa perfetta e ogni tanto si lascia andare a digressioni, ma scorre bene, di solito.
      Qui non è male, ma nella Lavanderia mi piace di più, riesce a essere più ironico. Comunque, è una buona storia, anche se in qualche punto si fa intricata a causa delle identità fittizie

      La città e le stelle l’ho letto così tanto tempo fa che nemmeno lo ricordo, sai?
      Comunque, qui il passaggio di informazioni presenta un problema, dato che travasa anche fette di personalità: dipende da quanto tempo il robot tenga installato il chip di qualcuno, per poche settimane è roba da poco, ma per anni…

      Sulla questione dell’androide: come ti ho detto in passato, secondo me il maschile viene usato – anche nella “neutra” lingua inglese – per riassumere i due generi, come quando da noi si usa la parola Uomo per riferirsi alla specie umana nella sua interezza.
      Non so quanto si affermerà quest’uso, dato che chiunque inventa parole per la vita artificiale ogni tre per due XD

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