Alita, il trollface di Whatsapp (Attenzione: non parlerò davvero del film!)

Un mio amico – che chiamerò Gianpuzzillo, per proteggere la sua privacy e in ossequio alla sua passione per i giochi da tavolo – ha a sua volta un amico o un conoscente (Vittima, sempre per la privacy e anche perché non so come si chiami) che gli ha chiesto se Alita fosse un bel film oppure no.
Gianpuzzillo è un po’ malandrino (lo so, sulla voliera non si possono usare offese, ma oggi faremo un’eccezione per quelle vittoriane, e perché la parola malandrino mi fa ridere) e gli ha raccontato un’infilata di boiate su Whatsapp.
Questo è il resoconto di quella chat, riordinata solo per voi in una forma più semplice da seguire.

En passant: quale copertina preferite, per questo post?

La prima usa il trollface in modo più classico, la seconda ha gli occhioni manga.
Fatemi sapere qualcosa nei commenti. Persino se vi fanno schifo tutt’e due! :P
(La locandina originale proviene da qui)

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[Guest post] Bullit

Iniziamo l’anno nuovo con un bel post di Denis, che ci offre un po’ di curiosità sulla produzione del film Bullit e una selezione di immagini a corredo, come di consueto!

(Fonte Warner bros)

Nel 1968 succedono cose straordinarie: ricordate, ancora adesso nascono i figli dei fiori, gli yippie e le gonne corte, si altera lo status quo, e i baby boomers, che sono adesso dei vecchi di mer** insomma prima rivoluzionari, poi conservatori, infine padroni….
Ma sopratutto esce Bullit, poliziesco con il sommo Steve McQueen, figlio orfano dell’Indiana, quindi dell’America rurale, amante dei bolidi e allenato da Bruce Lee e Chuck Norris!
Quest’anno fa 50 anni dall’uscita.
[Nota: il post è stato scritto nel 2018, sono io il tordo che l’ha pubblicato tardi!]

“Tu vivi nella melma, Frank e neanche te ne accorgi”
“Ci vive metà del Mondo, è inutile fingere di ignorarlo”

Trama: San Francisco. Al tenente di polizia Frank Bullit, il politico Walter Chalmers dà l’incarico di proteggere il testimone Johnny Ross, ma la faccenda non è come sembra…

(fonte Casey Maxon/Hagerty)

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The Skeleton Key

Jill:- Vuoi diventare infermiera ed entri in un negozio di stregoni?
Caroline:- Ma non è per me…
Jill e Caroline, in The Skeleton Key

Nei Vangeli si dice che un granello di fede possa spostare anche una montagna.
Oggi si dice che perché una cosa avvenga, sia necessario crederci, come minimo.
Alcune credenze sarde sul malocchio riportano che il maleficio colpisce solo chi ci crede.
La fede, la superstizione, il credere in qualcosa…
Ma tutto ciò, come si applica ai film dell’orrore? E ai thriller metafisici?

The Skeleton Key 101

Fonte: Movieplayer

Caroline Ellis è una badante che desidera diventare infermiera, ma per questo ha bisogno di denaro. Ingaggiata da Violet Devereaux per occuparsi del suo anziano marito, colpito da un ictus che lo ha lasciato incapace di muoversi e parlare, accetta e si trasferisce nella villa isolata che li ospita.
La magione è strana e durante il suo incarico, Caroline nota molti particolari insoliti, come l’assenza di specchi – la padrona, Violet, non ne vuole vedere per casa – e i rumori inquietanti che provengono dalla soffitta.
Caroline, fornita di un passepartout (la skeleton key del titolo) da Violet , decide di indagare e trova in soffitta una porta chiusa, nascosta dalle cianfrusaglie: oltre si trova una stanza piena di cose bizzarre – dischi con incisi dei canti bizzarri, un libro di “ricette” pieno di incantesimi, feticci di ogni genere. Una stanza dello hoodoo.
È l’inizio di un viaggio allucinante in un mondo fatto di credenze sincretiche e irrazionali, in cui Caroline resterà progressivamente sempre più invischiata…

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