Immersione, capitolo 6

Riassunto della puntata precedente

Eleonora fa la sua prima, estraniante esperienza di un videogioco olografico. Dopo una prima esplorazione leggera, scopre una città grazie agli spoiler di Alistair: la città è Atlantide!

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E rieccomi al serpente marino olografico. La bestia si getta su di me con le fauci spalancate: sono nella sua bocca, ma solo per un istante – poi finisco nella sua gola, quindi giù per l’esofago e nello stomaco, pieno di pesci mezzi digeriti e alghe, poi boh! Nell’intestino? Non so molto sui mostri marini, comunque Alistair lo ha simulato con molti dettagli.
In un secondo emergo dalla coda e mi giro: il serpente continua a sfrecciare lontano da me.

– Hai simulato anche la città di Atlan… tis?
– Avvicinati e scoprilo! – mi dice. Starà facendo di nuovo il suo mezzo sorriso, ha usato lo stesso tono supponente!
Mi incammino verso Atlantis, lungo un sentiero incorniciato nel corallo e coperto di conchiglie di ogni dimensione e forma: non è un percorso diretto, ogni tanto devo girare attorno a massi o banchi corallini.
Dopo un minuto mi gira un po’ la testa. Ma soprattutto…
– Come fai a farci stare tutto, in quest’aula? – chiedo al novello demiurgo.
– Ho progettato la simulazione perché si adatti ai fenomeni in movimento, aggiustando impercettibilmente e in continuazione la posizione degli oggetti virtuali. I proiettori hanno dei sensori per captare gli oggetti che ostacolano il fascio di luce e la console ricalcola tutta la simulazione in tempo reale, per suggerire al giocatore in quale direzione andare. In pratica, se non corri può farti girare in tondo per mostrarti ogni zona, senza che tu te ne accorga.

Bella trovata! Certo, essere manipolati da una console non è il massimo della vita e mi fa pensare alle apocalissi robotiche dei film, ma in qualche modo bisogna rendere funzionali questi ologrammi anche in piccoli ambienti: non tutti abitano in una villa o in un casermone!
Ma forse, produrre in serie una macchina del genere potrebbe essere talmente costoso che solo un Creso con una villa potrebbe permettersene una, senza vendere i doppioni di certi organi: Alistair deve essere almeno benestante, per poter creare un prototipo così funzionale.
– Comunque – riprende – scusa per averti fatta sbattere contro il banco, prima: la simulazione avrebbe dovuto avvolgere tutti gli oggetti immobili con gli oggetti simulati. Devo ancora rifinire il codice, temo.
Playtest: il male necessario.

In pochi minuti, sono ai confini di Atlantis; di fronte a me torreggiano le sue mura parzialmente in rovina, ma casualmente mi trovo vicina a una grande porta quadrata, oltre cui si intravvedono, di sbieco, degli edifici semplici: parallelepipedi e cubi dagli spigoli erosi, con porte e finestre prive di ante.
Supero l’ingresso e sono circondata da case, decorate con alcuni bassorilievi che ricordano da lontano certe figure cretesi: su un edificio, c’è la figura di una donna con indosso una larga gonna blu e quattro seni scoperti – ma che cavolo! Ma Alistair si droga? – che tiene in una mano che ha una, due, tre… sei dita, una seppia e nell’altra una corda. Il viso della donna è rovinato e il muro è sgretolato in più punti.
Mi affaccio a una finestra: la stanza è vuota, eccetto che per alcuni bastoncini grossi quanto il mio polso, o anche di più.
Bastoncini bianchi… ossa?

Proseguo per osservare tutti i dettagli delle strade e degli edifici. Tra le case, si snoda un sentiero pavimentato con ciottoli consumati: peccato che non possa sentirne la pressione attraverso i piedi, rovina un’illusione altrimenti perfetta!
A occhio non ci sono due ciottoli uguali, e ne mancano alcuni in diversi punti, sostituiti da altrettante conchiglie. Quando provo a mettere un piede su una delle conchiglie, questa tira fuori delle zampette per scappare.
Mi metto di buzzo buono per cercare di schiacciarla, ma riesce a sfuggirmi. E mentre mi dedico al tip tap, altre conchiglie fuggono appena mi avvicino a loro.
Sento un grugnito: credo che Alistair stia cercando di sopprimere una risata.
– Riesci… a vedere cosa faccio? – gli chiedo. Ti prego, di’ di no.
– Sì – Alistair finalmente ride. Dopo aver finito di sganasciarsi, riprende: – Una porzione di ologramma mostra a chiunque stia fuori dalla simulazione cosa succeda a chi gioca.
Che figura di merda! Ma quanta capacità di calcolo ha, questo aggeggio?

Immersione, capitolo 3

Riassunto della puntata precedente

La nostra Eleonora – che sia la protagonista della storia? – si deve incontrare con un tale di nome Alistair Blackwood: lei vuole tirar su una software house e sta cercando dei talenti adatti. Alistair avrà le carte in regola? È un uomo un po’ strano, ma non è detto che un eccentrico sia anche un genio…

3

Apro la cartelletta nera e scorro il suo curriculum. E fa paura: sei pagine di competenze professionali di ogni tipo, nemmeno ho mai sentito parlare, di certi diplomi – DIHS, cos’è, si mangia? Ma saranno veri? Gli manca solo la laurea col massimo dei voti!
Ci sono anche gli indirizzi di alcuni siti da lui curati, compreso quello dell’agenzia di viaggi Iskandar Gateway. Do un’occhiata col telefono: il sito è ben strutturato e carica in fretta, anche con la mia connessione mobile a carbone. Più tardi darò un’occhiata ai codici che ha usato, ma quel che è certo è che ho trovato a chi potrei affidare il sito dell’azienda!
Ha messo anche l’indirizzo di un account DeviantArt, UnperishableSound. Domina i linguaggi e sceglie nomi arroganti: mi sa che sarebbe difficile, avere a che fare con lui.
– Ti spiace, se guardo i tuoi lavori su Deviant?
– Fai pure, l’ho scritto apposta!

Cerco la pagina e vado alla galleria. Il primo disegno che appare è un panorama psichedelico e alquanto fantasy: una nave che vola nel cielo, verso la Luna, con un sacco di remi che sporgono dalla fiancata. È un po’ asettico, ma tecnicamente impeccabile.
Ne guardo un altro, nella didascalia c’è scritto che è fatto in computer grafica, anche se è colorato simulando tocchi di pennello: una piazza di mercato aliena, con una bolgia di creature non del tutto umane che comprano e vendono cose. Alcune sono proprio assurde, come l’enorme chiocciola fatta di cubi smussati e coi capelli in stile rasta. Mi fa pensare a La minaccia fantasma, anche se Jar Jar Binks non era certo un tipo quadrato…

Alzo lo sguardo dai lavori e vedo che di fronte a me, l’autore arriccia un angolo della bocca: spero di non aver fatto una faccia strana, e che lui sia solo molto arrogante. Forse avrei dovuto osservarlo un po’, per analizzare il suo linguaggio del corpo…
Magari sapendone qualcosa di PNL!
Comunque anche io sarei un po’ arrogante, avendo tutto quel talento: i miei migliori omini stecco non possono competere con i lavori di questo tizio!

– Hai messo anche l’indirizzo di un sito, unperisound.com, evidenziandolo come “Portfolio musicale”…
– Sì, ci sono alcune mie demo di vari generi. Se vuoi sentirne qualcuna…
Dieci minuti di ascolto saltando da un brano all’altro – uno è un assolo di violoncello col suono del vento come sottofondo, è un po’ banale, ma potrebbe stare bene nella colonna sonora di un’avventura grafica con un mistero da svelare; un altro è così “jazz” che non ci capisco nulla e aspetto solo che venga Heathcliff Robinson a spiegarmi perché sia bello… altri tre sono talmente sperimentali, che sembrano costruiti solo con un’attenzione completa alla matematica.
Come composizioni musicali non mi piacciono: sono gelide, o talmente complesse da essere incomprensibili a una persona normale. Dei compiti ben fatti, ma senza guizzi.
È un buon ingegnere del suono, ma un artista acerbo.

Sul curriculum c’è anche qualcosa riguardo a 24persec.org: dei video con esercizi di animazione.
Ogni video ha circa un minuto di palle che rimbalzano o manichini che corrono, ballerini di tango intenti a fare un casqué o cani che saltano per afferrare un frisbee. Sono ben disegnati e animati in modo molto fluido – sospetto che siano più di 24 fotogrammi al secondo.
Uno dei video più recenti mostra un ragazzo coi capelli rossi e una ragazza castana, un po’ più bassa di lui. La musica è un brano per pianoforte, distorto come se venisse dal disco su un grammofono o da qualche vecchiume dell’espressionismo tedesco.
O da Nosferatu al giro d’Italia.
I due si guardano negli occhi per qualche secondo, lui le posa la mano sulla guancia, lei inclina di poco la testa all’indietro, lui avvicina la sua bocca a quella di lei… poi si girano verso lo spettatore, dicono qualcosa senza emettere un solo suono e pochi secondi dopo appare un cartello con la scritta “Guardone!”, seguito da “The End”.

– Mpfff! Ah ha ha! Sei davvero bravo, non c’è che dire. Come mai ti interessa il mio progetto? Né io né gli altri abbiamo ancora una laurea o degli agganci. Con le tue capacità, una volta finiti gli studi, potresti trovare un posto ovunque.
– Vedi, io ho un’ambizione: voglio creare una mia console, e lavorando per un’azienda tradizionale non otterrei altro che farmela portare via in cambio di spiccioli, o anche meno. Invece, entrando in società con qualcuno… Magari, dopo aver creato qualche gioco con una diffusione medio–alta, potrei provare ad aprire un progetto di crowdfunding che abbia successo.
– Una console è un progetto tosto…
– Ho con me un prototipo, vuoi vederlo? – solleva la valigetta dal banco e le dà due pacche sul lato rivolto verso di me. Poi fa di nuovo quel suo mezzo sorriso: non ho decisamente la faccia da poker!

Immersione, capitolo 2

Riassunto della puntata precedente

Una giovane donna, di nome Eleonora, è reduce da un turno di lavoro in un call center. Le sue fatiche non sono finite: si dirige verso l’Università in cui studia: la Cittadella delle scienze di Corsate (un luogo fittizio in Italia). Deve incontrarsi con qualcuno, ma chi mai sarà?
Intanto, lo contatta al cellulare.

2

Dopo tre squilli, risponde un uomo: – Pronto?
Ha un timbro basso e un tono deciso.
– Alistair Blackwood? Sono Eleonora Giovenali, abbiamo fissato un appuntamento per oggi.
– Oh sì, Eleonora! – il suo tono si alleggerisce – Sono alla Cittadella: anche tu? Bene, – non mi fa nemmeno rispondere – ci vediamo tra cinque minuti all’aula 4 del primo piano, dovrebbe essere vuota.
– Ok, a tra poco – faccio appena in tempo a rispondere, che lui già chiude. Quanta fretta!
Comunque, a parte un po’ di accento, parla bene in italiano: sicuramente meglio di come io parli l’inglese.

A pensarci, non c’è nessuna aula 4, al primo piano. Che intendesse il piano terra?
Evito le scale e prendo il corridoio a sinistra: aula 4, porta aperta e locale vuoto, arredi a parte.
Entro e mi appoggio a un banco. Neanche il tempo di iniziare una partita di “menare ignorante” a Jewish Ninja Freemason, che qualcuno si affaccia all’aula. Quello più alto lo riconosco: credo che sia africano e l’ho già visto alla piscina convenzionata Neumann.
L’altro… Niente, mai visto: è un po’ più basso, ma non di tanto.
– Io sono arrivato, Giovanni, ci vediamo dopo? – la voce del presunto africano sembrerebbe di quell’Alistair.
– Sì, ti chiamo io più tardi. – risponde l’altro, poi si gira verso di me, alza la mano e: – Salve! – poi va via, senza nemmeno aspettare che io risponda.
Hanno così tanto in comune, questi due…

Lo spilungone entra nell’aula: è alto, supera di sicuro il metro e novanta.
Non è magro, ma è snello. È… un tipo. Non il mio, magari, ma ha un suo perché: lineamenti decisi, ha il viso un po’ lungo e ben rasato, labbra carnose, capelli mossi ma non ricci, naso aquilino e stretto. Non è la classica fighetta, ma sembra un po’ un precisino: quel completo nero con la cravatta, il gilet grigio chiaro, la valigetta nella mano destra… ha qualcosa del medico o del becchino.
Comunque, visto che ci è uscita una volta, dev’essere più il tipo di Laura – come chiunque respiri! – ma quando le ho chiesto come fosse andata, ha sgranato gli occhi e ha cambiato discorso.
Forse è scarso a letto. Oppure gli piacciono le cose strane…

Squadrandolo, mi accorgo che anche lui fa lo stesso con me, mentre si avvicina: mi studia dall’alto al basso e da destra a sinistra, come se leggesse un libro al contrario.
Stranamente non si ferma sulle mie tette, ma si fissa sul braccio sinistro.
Feticista! Incrocio le braccia e sorrido.
– Oh, salve. Sono Alistair Blackwood – si scuote dalla contemplazione del mio perfetto gomito da modella e passa la valigetta dalla destra alla sinistra, quindi mi porge la mano.
Ovviamente gliela stringo: la sua è freddina, ma ha una stretta forte. Meglio così, detesto tenere un pesce morto in mano!
– Io sono Eleonora. Eleonora Giovenali.
– Scusa, ma anche tu frequenti la Neumann? – mi chiede.
– Sì. – gli sorrido – Mi pareva, di averti già visto.
– Bene, bene. Bene… – adagia la valigia su un banco – Veniamo al sodo: vuoi fondare una software house e stai cercando persone con cui farlo. La cosa mi interessa, ma prima vediamo se ci possiamo aiutare a vicenda. Che tipo di competenze ti servono?
– Ho già trovato due persone brave con la grafica e una programmatrice. Io stessa me la cavo bene con una decina di linguaggi.
– Anche io domino diversi linguaggi. – risponde. Domino? Che esagerato! Va be’, avrà pensato “Even I master” etc. e poi tradotto male.
– Comunque, – riprende – preferisco dedicarmi alla grafica e ai suoni. Specialmente, mi piace lavorare sulla musica ambientale. Ti passo il mio curriculum vitae, così facciamo prima?