Immersione, interludio

Riassunto della puntata precedente

Alistair lascia Eleonora da sola ad esplorare la sua demo, dopo averle spiegato i comandi vocali: una grande dimostrazione di fiducia, oppure…

Interludio

Lui dovrebbe essere qui a momenti, a meno che non ci sia qualche intoppo con la demo: spero che quella gallina non stia facendo dei pasticci, non ne posso più, di aspettare!
E se volesse per sé tutte le sue attenzioni? Lei non è all’altezza di Lui, nessuno può esserlo!

Ho scelto un angolo appartato, per il nostro briefing, ma non c’è nulla dietro cui nascondersi: l’albero più vicino sarà a trentacinque metri e ventuno, il corpo centrale della Cittadella a settantanove metri e quarantaquattro, nessun muretto prima di quarantanove metri e trentadue.
La roulotte del venditore di panini è a sessantasei metri e due.
Ma anche se fossimo in una stanza affollata, con persone e microfoni a un metro esatto da noi, dubito che Lui si farebbe bagnare il naso da chicchessia: è troppo oltre il resto del mondo!

Eccolo, finalmente: non ha con sé la valigia con la console, quindi hanno già iniziato.
Ha un’aria soddisfatta, il suo sorriso a metà è davvero eloquente: sembra un gatto che si lecca i baffi! Non devono esserci stati degli intoppi, non significativi, altrimenti… beh, altrimenti non vorrei essere qui!
Lui progetta tutto questo da troppo tempo e… perché si ferma, a soli sei metri e settantotto da me? Sembra pensieroso. Fruga nella tasca interna della giacca del completo e ne tira fuori una tastiera: la butta nel cestino della spazzatura.
Le ha spiegato i comandi vocali e non vuole che quella sciocca si metta a pasticciare col codice.

– Manca poco, Giovanni, – la sua voce è così ferma e sicura, che sembra stia declamando una legge della fisica o un copione ben studiato – credo che ci vorrà meno di un’ora.
– Se dici che è così, non ho alcun motivo di dubitarne – mi guardo intorno, per sicurezza, ma la persona più vicina è a trenta metri e sedici da noi.
– Vedrai, Giovanni, a quest’ora avrà già incontrato la sua guida. E a questo punto, ci vorrà davvero poco, per completare il programma: è intelligente e acuta, ma è anche curiosa e affascinata dal talento. Perciò, di fronte a una tecnologia che superi così tanto la sua esperienza quotidiana, non spegnerà la macchina fino a che vedrà la fine di Atlantis. E a quel punto, non la spegnerà proprio.

– Ma perché mi hai istruito così tanto? Se mi avessi detto di meno, avrei potuto farlo io, al posto di quell’ignorante!
Mi guarda con attenzione: è come se i suoi occhi fossero dei ferri da chirurgo, che mi fanno a pezzi per esplorare dentro di me. Vuol sapere se dubito. Ma capirà subito che la mia fede in Lui è incrollabile, non può essere diversamente!
Non sono niente, di fronte a Lui, come potrei opporre obiezioni alle sue scelte? Può commettere errori solo se lo desidera!
Ma una scelta può essere sbagliata, se poi raggiungi comunque i tuoi obiettivi in modo brillante e perfetto?

Lui mi sorride. Un sorriso pieno, non il suo sorriso da “tutto sta andando come previsto”. Questo è un sorriso vero.
– Vedi, mio buon Giovanni, – ecco, ho superato anche questa prova di fede – gli operatori come Eleonora tendono a usurarsi in fretta e tu, per me, sei una risorsa di tutt’altro livello, rispetto a lei. Ti ho destinato a un compito più grande. Ah, giovanotto, non chiedere – mi interrompe subito – se troppo saprai nulla farai, funziona così. Non faccio io le regole!

Restiamo in silenzio per pochi secondi, poi Lui si gira verso l’edificio principale della cittadella. Sono certo che riesca a vedere quella donna anche da qui, attraverso i muri, con gli occhi colmi di meraviglia e chimere olografiche, mentre esplora la città con una nuova guida al suo fianco.
– Manca davvero poco, Giovanni. Usciamo da questa conca.

Immersione, capitolo 6

Riassunto della puntata precedente

Eleonora fa la sua prima, estraniante esperienza di un videogioco olografico. Dopo una prima esplorazione leggera, scopre una città grazie agli spoiler di Alistair: la città è Atlantide!

6

E rieccomi al serpente marino olografico. La bestia si getta su di me con le fauci spalancate: sono nella sua bocca, ma solo per un istante – poi finisco nella sua gola, quindi giù per l’esofago e nello stomaco, pieno di pesci mezzi digeriti e alghe, poi boh! Nell’intestino? Non so molto sui mostri marini, comunque Alistair lo ha simulato con molti dettagli.
In un secondo emergo dalla coda e mi giro: il serpente continua a sfrecciare lontano da me.

– Hai simulato anche la città di Atlan… tis?
– Avvicinati e scoprilo! – mi dice. Starà facendo di nuovo il suo mezzo sorriso, ha usato lo stesso tono supponente!
Mi incammino verso Atlantis, lungo un sentiero incorniciato nel corallo e coperto di conchiglie di ogni dimensione e forma: non è un percorso diretto, ogni tanto devo girare attorno a massi o banchi corallini.
Dopo un minuto mi gira un po’ la testa. Ma soprattutto…
– Come fai a farci stare tutto, in quest’aula? – chiedo al novello demiurgo.
– Ho progettato la simulazione perché si adatti ai fenomeni in movimento, aggiustando impercettibilmente e in continuazione la posizione degli oggetti virtuali. I proiettori hanno dei sensori per captare gli oggetti che ostacolano il fascio di luce e la console ricalcola tutta la simulazione in tempo reale, per suggerire al giocatore in quale direzione andare. In pratica, se non corri può farti girare in tondo per mostrarti ogni zona, senza che tu te ne accorga.

Bella trovata! Certo, essere manipolati da una console non è il massimo della vita e mi fa pensare alle apocalissi robotiche dei film, ma in qualche modo bisogna rendere funzionali questi ologrammi anche in piccoli ambienti: non tutti abitano in una villa o in un casermone!
Ma forse, produrre in serie una macchina del genere potrebbe essere talmente costoso che solo un Creso con una villa potrebbe permettersene una, senza vendere i doppioni di certi organi: Alistair deve essere almeno benestante, per poter creare un prototipo così funzionale.
– Comunque – riprende – scusa per averti fatta sbattere contro il banco, prima: la simulazione avrebbe dovuto avvolgere tutti gli oggetti immobili con gli oggetti simulati. Devo ancora rifinire il codice, temo.
Playtest: il male necessario.

In pochi minuti, sono ai confini di Atlantis; di fronte a me torreggiano le sue mura parzialmente in rovina, ma casualmente mi trovo vicina a una grande porta quadrata, oltre cui si intravvedono, di sbieco, degli edifici semplici: parallelepipedi e cubi dagli spigoli erosi, con porte e finestre prive di ante.
Supero l’ingresso e sono circondata da case, decorate con alcuni bassorilievi che ricordano da lontano certe figure cretesi: su un edificio, c’è la figura di una donna con indosso una larga gonna blu e quattro seni scoperti – ma che cavolo! Ma Alistair si droga? – che tiene in una mano che ha una, due, tre… sei dita, una seppia e nell’altra una corda. Il viso della donna è rovinato e il muro è sgretolato in più punti.
Mi affaccio a una finestra: la stanza è vuota, eccetto che per alcuni bastoncini grossi quanto il mio polso, o anche di più.
Bastoncini bianchi… ossa?

Proseguo per osservare tutti i dettagli delle strade e degli edifici. Tra le case, si snoda un sentiero pavimentato con ciottoli consumati: peccato che non possa sentirne la pressione attraverso i piedi, rovina un’illusione altrimenti perfetta!
A occhio non ci sono due ciottoli uguali, e ne mancano alcuni in diversi punti, sostituiti da altrettante conchiglie. Quando provo a mettere un piede su una delle conchiglie, questa tira fuori delle zampette per scappare.
Mi metto di buzzo buono per cercare di schiacciarla, ma riesce a sfuggirmi. E mentre mi dedico al tip tap, altre conchiglie fuggono appena mi avvicino a loro.
Sento un grugnito: credo che Alistair stia cercando di sopprimere una risata.
– Riesci… a vedere cosa faccio? – gli chiedo. Ti prego, di’ di no.
– Sì – Alistair finalmente ride. Dopo aver finito di sganasciarsi, riprende: – Una porzione di ologramma mostra a chiunque stia fuori dalla simulazione cosa succeda a chi gioca.
Che figura di merda! Ma quanta capacità di calcolo ha, questo aggeggio?