Il settimo figlio: una discreta confezione, con dentro…

Non molto, temo.
Andiamo con ordine: questa non sarà una non-recensione come altre, non sono stato a prendere appunti mentre lo passavano in tv e dunque, niente citazione iniziale o altri dettagli. Mi limiterò a scrivere perché il film non mi ha convinto.
Ma un 101 ce lo concediamo, và!

Il settimo figlio 101

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Fonte: My movies

Tom è un guardiano di porci, ma non uno qualsiasi: è il settimo figlio di un settimo figlio, cosa che ne dovrebbe fare un ottimo cacciatore di mostri e streghe.
Un vecchio mago e cacciatore di streghe, perso in battaglia il suo ultimo apprendista, va a comprare Tom dalla sua famiglia: il giovane – che non ne può più di dare il pastone ai maiali e conosce il vecchio mago, grazie alle proprie visioni premonitrici – decide di seguirlo senza fare storie. Con lui, si addestra a diventare una macchina di morte per tutte le creature che vivono nelle tenebre.
Durante questo tirocinio, troverà il tempo per allacciare una relazione con Alice, figlia di una strega e di un essere umano, e scoprire perché il suo maestro Gregory ce l’abbia tanto con le streghe.

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Immersione, capitolo 2

Riassunto della puntata precedente

Una giovane donna, di nome Eleonora, è reduce da un turno di lavoro in un call center. Le sue fatiche non sono finite: si dirige verso l’Università in cui studia: la Cittadella delle scienze di Corsate (un luogo fittizio in Italia). Deve incontrarsi con qualcuno, ma chi mai sarà?
Intanto, lo contatta al cellulare.

2

Dopo tre squilli, risponde un uomo: – Pronto?
Ha un timbro basso e un tono deciso.
– Alistair Blackwood? Sono Eleonora Giovenali, abbiamo fissato un appuntamento per oggi.
– Oh sì, Eleonora! – il suo tono si alleggerisce – Sono alla Cittadella: anche tu? Bene, – non mi fa nemmeno rispondere – ci vediamo tra cinque minuti all’aula 4 del primo piano, dovrebbe essere vuota.
– Ok, a tra poco – faccio appena in tempo a rispondere, che lui già chiude. Quanta fretta!
Comunque, a parte un po’ di accento, parla bene in italiano: sicuramente meglio di come io parli l’inglese.

A pensarci, non c’è nessuna aula 4, al primo piano. Che intendesse il piano terra?
Evito le scale e prendo il corridoio a sinistra: aula 4, porta aperta e locale vuoto, arredi a parte.
Entro e mi appoggio a un banco. Neanche il tempo di iniziare una partita di “menare ignorante” a Jewish Ninja Freemason, che qualcuno si affaccia all’aula. Quello più alto lo riconosco: credo che sia africano e l’ho già visto alla piscina convenzionata Neumann.
L’altro… Niente, mai visto: è un po’ più basso, ma non di tanto.
– Io sono arrivato, Giovanni, ci vediamo dopo? – la voce del presunto africano sembrerebbe di quell’Alistair.
– Sì, ti chiamo io più tardi. – risponde l’altro, poi si gira verso di me, alza la mano e: – Salve! – poi va via, senza nemmeno aspettare che io risponda.
Hanno così tanto in comune, questi due…

Lo spilungone entra nell’aula: è alto, supera di sicuro il metro e novanta.
Non è magro, ma è snello. È… un tipo. Non il mio, magari, ma ha un suo perché: lineamenti decisi, ha il viso un po’ lungo e ben rasato, labbra carnose, capelli mossi ma non ricci, naso aquilino e stretto. Non è la classica fighetta, ma sembra un po’ un precisino: quel completo nero con la cravatta, il gilet grigio chiaro, la valigetta nella mano destra… ha qualcosa del medico o del becchino.
Comunque, visto che ci è uscita una volta, dev’essere più il tipo di Laura – come chiunque respiri! – ma quando le ho chiesto come fosse andata, ha sgranato gli occhi e ha cambiato discorso.
Forse è scarso a letto. Oppure gli piacciono le cose strane…

Squadrandolo, mi accorgo che anche lui fa lo stesso con me, mentre si avvicina: mi studia dall’alto al basso e da destra a sinistra, come se leggesse un libro al contrario.
Stranamente non si ferma sulle mie tette, ma si fissa sul braccio sinistro.
Feticista! Incrocio le braccia e sorrido.
– Oh, salve. Sono Alistair Blackwood – si scuote dalla contemplazione del mio perfetto gomito da modella e passa la valigetta dalla destra alla sinistra, quindi mi porge la mano.
Ovviamente gliela stringo: la sua è freddina, ma ha una stretta forte. Meglio così, detesto tenere un pesce morto in mano!
– Io sono Eleonora. Eleonora Giovenali.
– Scusa, ma anche tu frequenti la Neumann? – mi chiede.
– Sì. – gli sorrido – Mi pareva, di averti già visto.
– Bene, bene. Bene… – adagia la valigia su un banco – Veniamo al sodo: vuoi fondare una software house e stai cercando persone con cui farlo. La cosa mi interessa, ma prima vediamo se ci possiamo aiutare a vicenda. Che tipo di competenze ti servono?
– Ho già trovato due persone brave con la grafica e una programmatrice. Io stessa me la cavo bene con una decina di linguaggi.
– Anche io domino diversi linguaggi. – risponde. Domino? Che esagerato! Va be’, avrà pensato “Even I master” etc. e poi tradotto male.
– Comunque, – riprende – preferisco dedicarmi alla grafica e ai suoni. Specialmente, mi piace lavorare sulla musica ambientale. Ti passo il mio curriculum vitae, così facciamo prima?