[Guest Post] Starship – In viaggio tra le stelle con Mike Resnick, di Lucius Etruscus. Terza puntata

Eccoci finalmente alla terza puntata di Lucius goes to Urania del viaggio di Lucius in compagnia dei libri di Mike Resnick (le immagini sono tutte fornite da lui).
Ma bando alle ciance: la parola al zinefilo, in gita tra le stelle!

Et voilà: Mr. Roberts!

Il sottotenente di vascello Douglas Roberts ha un sogno: poter avere la sua parte di Seconda guerra mondiale, sparare ai cattivi e poter un giorno dire “Io c’ero, e ho fatto la mia parte”. Sale in coperta e guarda l’Oceano Pacifico: peccato che però siamo in porto, a largo di San Francisco, e l’incombenza di maggior responsabilità sia innaffiare la pianticella a cui il comandante è tanto affezionato.
Il sottotenente di vascello Douglas Roberts ha un sogno: riuscire almeno a sparare un colpo prima che la guerra finisca. E invece è inchiodato con una manica di marinai lazzaroni.

Mister Roberts è protagonista del film omonimo – Mister Roberts (1955), uscito distrattamente in Italia nel 1963 con il discutibilissimo titolo La nave matta di Mr. Roberts – e ha la faccia di Henry Fonda. Ma è solo una delle carte del tris d’assi della pellicola.
Tratto dall’apprezzato romanzo omonimo del 1946 di Thomas Heggen (inedito in Italia) e relativa versione teatrale – curata insieme allo stesso Joshua Logan che poi si occuperà della sceneggiatura cinematografica – il signor Roberts protagonista si ritrova incastrato sulla nave commerciale The Reluctant (nome quanto mai azzeccato), che il proprio equipaggio chiama “Scavafango” (in originale bucket, “secchio”), agli ordini di un capitano burocrate ed ottuso (James Cagney) e come amico un perdigiorno di nome Franco (un giovane Jack Lemmon).
Cosa c’entra questa storia con Mike Resnick? Credo proprio che il romanziere si sia rivisto questo film prima di iniziare a scrivere del capitano Wilson Cole, della Marina della Repubblica, che vorrebbe fare la sua parte nella guerra contro i Teroni e invece si ritrova impantanato a bordo della Theodore Roosevelt, un catorcio di astronave che da decenni andrebbe dismessa e invece continua a rimanere in servizio, parcheggiata ben lontano dall’azione. Aggiungiamoci un amico dalla battuta sempre pronta e un capitano burocrate e scorbutico, e il mio “sentore” diventa decisamente una convinzione.

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[Guest Post] Starship – In viaggio tra le stelle con Mike Resnick, di Lucius Etruscus. Seconda puntata

Premio Hugo, varianti del logo
(Fonte: Pinterest)

«Non so cosa credessi volesse dire esser la Baronessa von Frankenstein, ma di sicuro non è così fantastico. Sapevo che lui possedeva un castello centenario non ristrutturato, ma non pensavo che avremmo vissuto lì.»
Lo confesso, sono un pazzo che si imbarca in progetti pazzi, come per esempio tradurre per curiosità i racconti brevi finalisti del Premio Hugo 2010 e farli girare in Rete fra amici, così poi da votare il migliore: quello scelto sarebbe stato anche quello effettivamente premiato con l’ambito premio? Non lo so, nessuno mi ha fatto sapere il suo voto (temo nessuno abbia letto i racconti), ma per me non c’era dubbio: Mike Resnick meritava il Premio Hugo 2010 ad occhi chiusi. Parola di traduttore abusivo!
All’epoca non avevo otto blog quasi quotidiani, non scrivevo racconti e saggi e non mi imbarcavo negli infiniti progetti di questi anni, quindi potevo fare scelte pazze che di solito la gente normale non fa: per esempio passare l’estate a tradurre cinque racconti brevi senza essere un traduttore, bensì un semplice folle appassionato. Per fortuna erano testi di poche pagine, ma fu un’ammazzata epocale: gli autori si erano tutti impegnati nell’esprimere concetti semplici nei modi più assurdamente complicati.
Alla fine il Premio Hugo 2010 è andato a Will McIntosh per il suo Bridesicle (gioco di parole che ho reso con “Moglificio”), il racconto intenso di una donna – o meglio, solo la testa di una donna – che si ritrova conservata in una specie di frigorifero del futuro in attesa che qualcuno la sposi, ed abbia abbastanza soldi da comprarle un corpo. Sperando poi non sia un uomo sgradevole. La protagonista, che si sveglia in epoche anche distanti nel tempo, dovrà usare solo la propria abilità retorica per gestire la sua terribile situazione. L’autore grazie al Premio Hugo ha iniziato una carriera di romanziere, anche se non sembra essere arrivato nulla di suo in Italia.
L’unico altro racconto che mi ha lasciato una qualche memoria è Spar di Kij Johnson, che ho tradotto con il titolo “L’altro”: è un testo breve e totalmente intraducibile in qualsiasi altra lingua, semplicemente perché usa esclusivamente espressioni inglesi impossibili da rendere. Parla di una donna rapita da un alieno che passa tutta la storia rattrappita all’interno di una minuscola astronave che a malapena la contiene, e condivide ogni umore del proprio corpo con l’entità che l’ha rapita, lanciandosi in ragionamenti e descrizioni che mettono a dura prova ogni dizionario…
Per me non c’è gara: The Bride of Frankenstein di Mike Resnick è un gioiellino delizioso, la storia della moglie di Victor von Frankenstein che racconta al suo diario i crucci di una vita coniugale al fianco di un dottore lanciato in strani esperimenti, in un castello che non si riesce a trasformare in casa accogliente: a tanti anni di distanza lo ricordo ancora come una lettura divertentissima: non ho trovato tracce di una successiva traduzione “ufficiale” in italiano.

Fonte: Urania blog

Un romanzo vent’anni fa e un racconto dieci anni fa: non posso proprio definirmi un lettore di Resnick. Però poi preparando per due siti e un blog le “Anticipazioni mondadoriane” di gennaio 2019 – perché sono un pazzo tale che ogni mese schedo le uscite da edicola della Mondadori e anticipo quelle del mese successivo! – scopro che arriva in Italia l’inizio di una nuova saga di Mike Resnick: “Orion: la fortezza” (The Fortress in Orion, 2014), e allora mi chiedo se il Conte Gracula non sia stato uno strumento nelle mani del Grande Lettore per spingermi a ritrovare il passato amore per “Urania” e a preparami ad approfondire la conoscenza di uno degli autori più editi dalla collana mondadoriana.
A dicembre, quando ho fatto questo ragionamento, mi sono avventato sul romanzo di Resnick che più mi ha intrigato: “Il killer delle stelle” (The Widowmaker, 1996), primo episodio di una tetralogia trattata molto ma molto ma molto male in Italia: diciamo che esiste solo questo primo episodio.

Fonte: Amazon

L’idea del più fenomenale assassino della galassia che si metta in ibernazione, in attesa che si trovi una cura per la sua malattia mortale, è una bella trovata, superata solo dalla successiva, spiegata già nel prologo: visto che serve la sua “opera”, il killer viene clonato e così seguiamo le vicende di un uomo che non è un uomo, bensì il semplice prodotto di ingegneria genetica, con forse un paio di mesi di vita passata e le cui memorie si fondono (non sempre chiaramente) con quelle di Jefferson Nighthawk, il Widowmaker (“creatore di vedove”), il fenomenale assassino.
Iniziato il primo capitolo, la situazione si fa problematica… perché questo romanzo è scritto male come mai ho riscontrato in un qualsiasi “Urania” letto in precedenza. Sembra un tema scolastico di prima elementare che sia diventato romanzo senza un minimo di revisione: non parlo di grammatica, parlo di costruzione del testo, e da un romanziere ben noto da dieci anni al momento dell’uscita originale di questo libro era lecito aspettarsi almeno una scrittura sufficiente.
Il romanzo è principalmente un western che di fantascienza non ha assolutamente nulla, se non lo spostarsi in astronave. Forse Resnick pensava che i lettori di western sono gente semplice che non ha bisogno di frasi troppo complicate, ma forse ha esagerato. Non esiste in pratica descrizione, non esiste “io narrante”, non esiste altro che dialoghi scritti male e personaggi che non si capisce cosa accidenti stiano facendo, visto che pensano una cosa e il suo contrario all’interno dello stesso paragrafo. Il nuovo Jefferson è sicuro di sé ma poi è pieno di dubbi, è deciso ma poi indeciso, vuole ammazzare tutti ma poi non fa una mazza di niente, è buono poi è cattivo poi è buono poi è cattivo… ed è lui a dircelo, perché Resnick ci riporta pure i pensieri dei suoi personaggi, cioè uno stile narrativo davvero discutibile.

Il Grande Lettore mi avrà guidato verso la copertina giusta?.
(Fonte: Mondo Urania)

Non sono riuscito ad arrivare neanche a metà: va bene, non ricordavo molto della lettura di Purgatorio, ma questo non poteva essere lo stesso autore. Come dicevo, l’ho anche “tradotto” e nel 2010 non aveva assolutamente uno stile così da temino delle elementari. Getto via il libro – ripeto, l’“Urania” qualitativamente peggiore della storia mondadoriana! – e mi dico che l’iniziativa è bella che fallita: il guest post per il Conte non s’ha da fare, visto che Resnick non merita di essere letto. Va be’, casomai ne provo un altro, ma se pure questo è scritto coi piedi (per non citare altre parti del corpo) il guest post è abolito e Resnick è depennato da ogni mia futura iniziativa.
Stavolta il Grande Lettore è intervenuto e ha guidato la mia scelta. Perché dai primi di gennaio sono salito a bordo della Theodore Roosevelt e sto viaggiando beato al comando di Wilson Cole: Resnick torna in pista!

Nota del Conte Gracula

Di tutti i modi in cui sono stato apostrofato, “strumento del Grande Lettore” è uno dei due più lusinghieri (l’altro, per la cronaca, è “Signore del Male”). ^^
Bene, Lucius ci ha lasciato con un altro cliffhanger, perciò dovremo aspettare, per conoscere il seguito della storia. Sarà la settimana prossima? Sarà in seguito?
Vedremo…

[Guest Post] Starship – In viaggio tra le stelle con Mike Resnick, di Lucius Etruscus. Prima puntata

Questa volta, la palla marcata Urania Mondadori tocca a Lucius!
Il nostro investigatore e zinefilo mi ha chiesto un po’ di spazio per parlare di un autore che, tra alti e bassi, ha riscoperto di recente, complice la pubblicazione italiana di un suo ciclo di romanzi, e io ho accettato – o in alternativa, il titolo di questo post è tremendamente bugiardo! :P
Scoprite voi quale delle due è quella giusta. :P

Lucius Etruscus
Starship – In viaggio tra le stelle con Mike Resnick

Lo scorso anno il Conte Gracula ha riportato alla luce una parte di me stesso che avevo quasi dimenticato: la mia parte “uranofila”. Sono diventato un appassionato di fantascienza da ragazzo e ho viaggiato per tanti anni nei suoi vari sotto-generi, ma ci sono stati periodi della mia vita in cui mi sono letteralmente cibato unicamente di “Urania” Mondadori, collana che ho amato con passione soprattutto nella sua versione “a quaderno”, quella con l’impaginazione a doppia colonna.
Come recita l’antico adagio, “chi ha il pane non ha i denti, chi ha i denti non ha il pane”, ed è vero in ogni ambito della vita: anche in quello librario. Quando a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta divenni un violento frequentatore di fumetterie e librerie dell’usato, vedevo quintali di “Urania” ovunque, senza che mi interessassero: appena me ne sono interessato, immediatamente è diventato più difficile trovarli. Non impossibile, è ovvio, ma più difficile rispetto a prima.
Quando nel 1996 “Urania” cambiò veste grafica e passò al formato “a libretto” – e osò addirittura tradurre un romanzo di Aliens non tratto dai film! – la collana attirò la mia attenzione e provai qualche suo titolo, non convincendomi particolarmente: erano molto “sperimentali”, così definivo qualsiasi cosa si allontanasse dalla fantascienza classica che adoravo. (Definizione in cui può rientrarci di tutto!) Di lì a poco provai qualche vecchio “Urania” in formato a quaderno e qualcosa mi scattò dentro: purtroppo non ricordo il primo romanzo di questa collana che mi ha fatto innamorare – anche se probabilmente è stato “La ragione dei granchi” (The Perfumed Planet, 1973) di Michael Elder – ma è stato un rapporto lungo e intenso.

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